Cenere

+Selci (it)+

L’assenza mi ha guidato fin da bambino, dalla nascita.
Presto ho incontrato la morte, le domande che il suo mistero genera, la paura di dimenticare e di essere dimenticato.
Non c’è da stupirsi se in quegli anni ho iniziato a dipingere in modo compulsivo, spinto da un bisogno istintivo e profondo.
Ho iniziato a preservare la vita attraverso la creazione, a dare forma a quell’inimmaginabile assenza parlando con essa.
In certi momenti, sentivo di dover rispondere a quelle domande con la parola “fine”, vedevo la vita come un percorso, una linea che a un certo punto si interrompe. Quella linea è diventata nel tempo un cerchio, amico e nemico.

The chapel

Non ho esitato quando Elena Nicolini e Carlo Vignapiano mi hanno chiesto di intervenire nella cappella di un cimitero, mossa dal desiderio di misurarmi con uno spazio così significativo, universale e a me vicino. Avrei agito nel luogo in cui l’assenza si “depone” e fa spazio alla memoria.
Sono sempre stata attratta dai cimiteri, so che sembra strano ma suscitano in me un senso di quiete. Cerco di recuperare me stessa e di capire cosa mi circonda nel silenzio delle loro mura.
Un cimitero è pieno di informazioni che dicono molto della cultura di un luogo.
A differenza delle grandi città, nei piccoli villaggi come Selci i cimiteri sono vissuti quotidianamente dalla comunità, la morte non è qualcosa da rimuovere, da evitare per andare avanti con la propria vita caotica, anzi è parte integrante di quella vita.
Le messe funebri nelle cerimonie cattoliche vengono celebrate nella cappella di Selci, personalmente non credo che il miracolo dell’esistenza possa essere racchiuso in un Dio, costruito e controllato da un’istituzione umana. “Cenere non ha nulla a che fare con la religione, ma con l’uomo, i suoi limiti e il desiderio ancestrale di comprenderli.
Quando ho iniziato a lavorare sono apparse alcune difficoltà. Ho provato delle soluzioni che poi ho cancellato. “Essere presente con l’arte in un momento di passaggio così intimo per le persone è stato per me un compito molto delicato.
Ho capito la responsabilità che mi assumevo ogni giorno di più e ho cercato di trovare il modo giusto per adempierla.
Ci sono voluti quasi due anni per terminare il mio intervento, il sentimento degli altri era la mia priorità e ho cercato di bilanciarlo con il mio lavoro. Due anni durante i quali ho instaurato un dialogo stretto con quel luogo per arrivare a capire che ora le mie pennellate dovevano definire il silenzio. L’opera stessa non è stata concepita per essere contemplata, lo stesso silenzio deve essere contemplato e onorato.
Ho capito che eravamo un flusso. Il flusso non può essere interrotto. Siamo fiumi: quando nasciamo scendiamo con forza, incontriamo altri fiumi che scorrono inesorabilmente proprio come noi. Influenziamo reciprocamente il nostro flusso, condizionando il destino e l’esistenza. Ci disperdiamo, ci ritroviamo (non sempre) ma ci fondiamo l’un l’altro, nell’oscura immensità del mare a cui apparteniamo, da cui tutto ha avuto inizio: siamo uno.
“Cenere” è l’interazione tra due concetti antipodali, è come accendere una candela in un cimitero e poi scegliere di posarla in una nicchia vuota in attesa del divenire.

L’inizio della fine è, l’inizio della fine è, l’inizio.

The trip

La cappella funeraria del cimitero di Selci (RI) è stata aperta al pubblico per soli due giorni per presentare “Cenere”, l’intervento realizzato dall’artista spagnolo Gonzalo Borondo durante la residenza artistica Pubblica. Borondo ha chiesto di tenere aperto il cimitero di notte per far vivere alle persone un’esperienza insolita. Il luogo era segreto al pubblico. Un autobus allestito ad hoc ha portato gli spettatori in viaggio verso una destinazione sconosciuta. Una volta arrivati a Selci, i cancelli del cimitero si sono aperti, le persone sono state libere di perdersi all’interno e di arrivare alla cappella che ospita l’intervento permanente dell’artista.

The trip

L’oggetto d’arte è stato presentato durante l’inaugurazione. Contiene la memoria materiale, visiva e testuale del progetto; una scatola in ferro battuto, realizzata dalle stesse mani che hanno costruito la porta della cappella, dove conservare splendori, immagini e materiali che articolano la complessità della cappella.

Photo Cenere by Blind Eye Factory
Photo trip by Martina Scorcucchi & Vito Calabrese